Esperienza di adozione internazionale

Questa riportata di seguito è una storia vera di amore, scelta e rinascita. 

La persona che l’ha scritta ha desiderato restare anonima, ma con generosità ha acconsentito a rendere la propria esperienza accessibile a chi può trovarvi conforto, forza ed ispirazione.

"I miei figli sono la mia vita o meglio, la vita mia. Non mi hanno mai fatto penare le pene dell’inferno che io feci penare a quella poveretta di mia madre. Oggi sono maggiorenni, uno va al liceo e l’altro all’università, quando li ho conosciuti erano due bambini di 6 e 8 anni in un istituto sperduto nella steppa della Russia.Quella che sto per raccontare è la mia storia, è importante chiarirlo, se c’è una cosa che il percorso fatto mi ha insegnato è che ogni storia è diversa dalle altre… Io racconterò la mia.

Penso che molti, come me, da giovani non pensassero alla possibilità di non poter avere figli e che, come me, abbiano accarezzato il pensiero di adottare un figlio come una sorta di atto di altruismo, di beneficenza estrema, un po' come Brad Pitt e Angelina Jolie, un’aggiunta ai figli biologici.

Poi mi sono sposato e i figli biologici non arrivavano. 

Siamo passati attraverso tre tentativi di fecondazione assistita, ovviamente non andati a buon fine… tanto dolore. 

Cominciammo quindi quella via crucis di burocrazia che è il percorso dell’adozione. Assistenti sociali, psicologi, scelta dell’ente, formazione, documenti, documenti, documenti… documenti. Poi ci chiamarono…“Sono due fratelli, si chiamano…, hanno sei e otto anni e hanno questi problemi sanitari: ritardo motorio, nello sviluppo, nel linguaggio, encefalopatia residua”.

Dopo il primo incontro avremmo dovuto decidere se confermare la nostra volontà di adottarli. Nient’altro.

Quando si comincia il percorso con un ente ti viene chiesto che tipo di problematiche ti senti disposto ad affrontare, patologie reversibili, non reversibili, gravi… Adesso il problema era immaginarsele davvero.

Come sarebbero stati i bambini? 

Mia madre fortunatamente è un pediatra e chiesi a tutti i medici che conoscevo un parere… non sapevamo cosa aspettarci, ma partimmo

Mi dissi che erano in un orfanotrofio, al tempo non sapevo da quanto, e che alcuni problemi erano prevedibili, visto l’abbandono e le condizioni. D’altronde se hai un figlio biologico disabile non lo ami lo stesso? Noi però avremmo dovuto scegliere…Si possono scegliere i figli?

Il mio capo di allora è un genitore adottivo e, quando gli dissi la cosa, mi disse: “quando lo vedrai, dal primo momento in cui lo vedrai, quello sarà tuo figlio”. Io pensai che la sua risposta mi fosse di poco aiuto, oltre che un po’ melodrammatica. Come può mai un estraneo, un bambino che non conosci e che non hai mai visto, con tutta probabilità enormemente diverso da te, dentro e fuori, essere istantaneamente nella tua testa tuo figlio? Eppure fu così. 

Era estate, a quelle latitudini ci sono 22 ore di luce al giorno, l’istituto era in un bosco di betulle, ci vogliono quasi due ore di macchina per arrivarci da San Pietroburgo. L’ufficio della direttrice era arredato con mobili in legno anni ottanta e noi aspettammo su un divano con l’interprete, imparammo alcune frasi di russo…

Entrò, nascondendosi dietro una maestra, un bambino biondissimo, maglietta rossa e pantaloncini, un pallone sottobraccio e due ciabatte ai piedi… era spaventato… avesse saputo quanto lo ero io.

Non sapeva che in quel momento volevo solo piacergli. Ci presentammo con imbarazzo. Era bello come è bella la luna, russo come solo l’anima russa sa esserlo: melanconica e fiera. Poco dopo arrivò il fratellino, rideva, rideva sempre, era senza denti e non la smetteva mai di parlare… portava il sole nella stanza. I regali aiutano a rompere il ghiaccio.

"Sono figli a me!" Istantaneamente, incoscientemente, inspiegabilmente e per sempre miei figli.

Uscimmo in giardino, il grande prese il pallone tra il tallone di un piede e la punta dell’altro, se lo fece passare dietro la schiena e sopra la testa e lo calciava al volo nel sette… ma non aveva un ritardo motorio? Il piccolo correva in giro, parlava con gli altri bambini, rideva, si sentiva solo la sua voce… ritardo nel linguaggio… potrebbe darsi, ma il russo lo conoscevo poco.

Sì,  erano piccoli e decisamente sporchi, ma nulla di inaspettato. Mi spiegarono dopo che se non avevano problemi “sanitari” non erano adottabili e che, in alcuni casi, la siatuazione era molto meno grave di quello che sembra. 

Avrebbe fatto qualche differenza se i problemi fossero stati altri? Onestamente non lo so, ora risponderei di no, ma allora non saprei cosa avrei pensato… forse l’unica cosa giusta, seguire il cuore.

A un certo punto il grande corse verso altri ragazzi, si girò, mi indicò… “quello è mio padre. Da quel momento e per sempre il mio cuore sarà suo. I miei figli stranamente mi assomigliano e, non l’avrei detto, sono innegabilmente bellissimi.

Mi capita di sentirmi dire, quando racconto la mia storia, “che bella cosa che hai fatto”, come se tutto quello che ho fatto l’avessi fatto per loro, i miei figli. In realtà l’ho fatto per me. 

L’adozione è un atto egoistico, sei tu che hai il bisogno di dare un senso alla tua vita e prolungare la tua esistenza attraverso un figlio, non vai a salvare due bambini da un orfanotrofio nella steppa, vai a salvare te stesso". 

CHE Architetto.

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